lunedì 13 febbraio 2012

La tentazione di Monti: Lasciare il Tesoro a Grilli

Mario Monti potrebbe lasciare l’interim dell’Economia e nominare ministro a tutti gli effetti Vittorio Grilli, l’attuale viceministro e direttore generale del ministero, che lo ha seguito anche in quest’ultima trasferta americana. Monti ha approfittato del viaggio negli Usa per accreditare Grilli, anche con il presidente americano Barack Obama, quale ideale prosecutore della sua opera di “salvataggio” dell’Italia, con conseguenti ricadute positive anche sull’economia americana.

LA “FASE DUE” del governo Monti passa anche per la soluzione del nodo del Tesoro, un ministero oggi con un vertice un po ’ incerto: Monti in via XX Settembre va poco, Grilli è spesso al seguito del premier per seguire i dossier europei, manca un direttore generale con pieni poteri e la struttura amministrativa è di fatto governata da Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto. La casella più delicata è quella di direttore generale, poltrona remunerata molto più di quella di viceministro o di ministro. Nei giorni scorsi, sul Corriere della Sera, il bocconiano FrancescoGiavazzi ha intimato al governo di fare in fretta, perché non si può restare troppo a lungo con una carica così importante ricoperta a mezzo servizio da Grilli.


É chiaro che l’ex braccio destro di Giulio Tremonti ha voluto conservare la qualifica di direttore nella fase iniziale, viste le incerte prospettive del governo all’inizio del mandato. Ora Grilli sarebbe pronto a rinunciare alla sicurezza della poltrona di direttore generale in cambio del prestigio che la carica di ministro comporta. Da palazzo Chigi non smentiscono la staffetta, ma fanno capire che ci vorrà ancora un po ’ di tempo.

PER LA SUCCESSIONE ci sono varie ipotesi. La soluzione interna più indolore sarebbe quella di affidarsi a Maria Cannata, che ora direttore generale del debito pubblico e firma alcuni provvedimenti come direttore più anziano. Un’alternativa è Antimo Prosperi, dirigente delle Operazioni finanziarie. Ma anche il ministro Corrado Passera e il presidente della Bce avrebbero i loro candidati. Circolano i nomi di Dario Scannapieco (oggi alla Banca europea degli investimenti) e Vincenzo La Via (Banca mondiale), ma altre due opzioni sono Alberto Giovannini, ex professore della Columbia e spesso indicato tra i papabili per le poltrone tecniche di peso, e Pietro Garibaldi, economista che sostiene da tempo il “contratto unico” con Tito Boeri e che oggi siede nel consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo.

La scelta è complessa, richiederà ancora probabilmente alcune settimane. Monti avrebbe bisogno di sfoltire quanto prima la sua agenda, lasciando il dicastero dell’Economia, perché le prossime settimane sono molto complicate. A cominciare dalla riforma del mercato del lavoro (il premier ci tiene ad avere un ruolo attivo e non lasciare tutto il dossier al ministro del Welfare Elsa Fornero), i cui negoziati stanno entrando nella fase più critica. Ma il presidente del Consiglio vuole sostenere anche l’azione di Passera nel rilancio dell’economia, delle piccole e medie imprese. Per non parlare del destino delle liberalizzazioni. L’inizio della conversione in legge del decreto, al Senato, si annuncia pieno di insidie. Sono, infatti, circa 2500 gli emendamenti presentati da tutti i partiti all’articolato. Le lobby – dai farmacisti alle professioni – hanno mosso i loro parlamentari di riferimento nelle settimane scorse, rimandando le forme più violente di protesta perché prima vogliono giocare la partita degli emendamenti. L’Udc di Pier Ferdinando Casini ha intenzione di rispettare le richieste di Monti, sostenuto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, di limitarsi a poche modifiche per non snaturare il decreto e si è detto disposto a ritirare tutti i propri emendamenti. Invece da parte del Pd e del Pdl si ascolta la medesima litania: gli emendamenti serviranno a rafforzare il decreto (ma la somma incrociata delle pressioni rischia neutralizzarlo).

IL PREMIER, già lunedì, tenterà un’estrema mediazione, in modo da raggiungere un’intesa almeno su alcuni grandi temi (le banche, le assicurazioni, i tempi della separazione della rete Snam dall’Eni). Si parla di un nuovo vertice con quella che è sempre più chiaramente la maggioranza politica dietro il governo, quella riassunta nella sigla ABC, dai tre segretari, Angelino AlfanoPierLuigi Bersani, Casini. Ma se dovesse risultare impossibile trovare un’intesa, allora “sarebbe prioritario – sostengono uomini vicini al presidente del Consiglio – difendere la sostanza del pacchetto così come ha anche invitato a fare la Commissione Europea”. Tradotto in prassi parlamentare: il decreto sarà blindato da un voto di fiducia. Dall’esito non scontato, non nel senso che il governo rischia di cadere. Ma sarebbe forte la tentazione per molti parlamentari di compiacere le lobby più forti votando contro.


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