venerdì 9 settembre 2011

Il 15 ottobre, contro l'Europa delle banche

Ricevuto il 5 settembre scorso e pubblico

L’Italia, non da oggi, è, di fatto, commissariata dalla BCE.
La politica, in quanto tale, non conta più nulla; ogni decisione economica, cioè le uniche decisioni che dettano l’indirizzo di un governo e marcano le differenze, vengono prese direttamente dalla sede della Banca Centrale Europea, nonché dai famigerati mercati.
Quindi, chi decide quali politiche attuare sono le strutture economiche controllate dai fondi d’investimento, dalle grandi multinazionali e dai pescecani delle banche.

Qualcuno ci ha deriso quando, giustamente, abbiamo gridato al fascismo di ritorno nel quale stavamo sprofondando, al neoliberismo che ci governava, a una democrazia svuotata di significato e di contenuti.
Oggi, quello che sta accadendo nel nostro paese, è l'attacco finale alle condizioni materiali d’interi settori popolari, tra i quali quelli dei lavoratori del pubblico impiego, degli statali, oltre alla svendita e alla privatizzazione dei beni comuni.

Le scelte invocate in questi giorni come rimedi necessari per fare fronte alla crisi sono le solite di questo infame trentennio: la riforma del mercato del lavoro, come se non fosse stato riformato a più riprese in questi anni e sempre in chiave neoliberista e precarizzante; l’aumento dell’età pensionabile; il taglio netto dello stato sociale.

A fronte di questa "ricetta", qualcuno invoca come soluzione alternativa l'istituzione di un governo tecnico, sponsorizzato proprio dalla pseudo opposizione di centrosinistra che, è sempre bene ricordarlo, nel nostro paese è il portavoce più autorevole dei mercati, dei tagli al welfare, dei pareggi di bilancio, della controriforma delle pensioni, della controriforma continua del mercato del lavoro. Lo sosteniamo da sempre, "centrodestra" e "centrosinistra" non hanno più ragion d’essere, sono due fazioni politiche del neoliberismo che governa l’Italia.
Al suo fianco, si è sempre contraddistinta la CGIL che, avallando le cure neoliberiste, ancora oggi firma senza vergogna il documento di smantellamento dello stato sociale con i padroni di Confindustria.

Per questo lo sciopero generale convocato dalla CGIL per il 6 settembre è la registrazione del fallimento degli accordi impresentabili realizzati con i padroni di Confindustria, con i banchieri e con i collaborazionisti di CISL e UIL.
Accordi vergognosi, dettati unicamente dall'ansia di un rientro nella partita della concertazione con le classi dominanti in vista di un ricambio politico di governo; accordi il cui unico ruolo è stato quello di spianare la strada per un attacco frontale al mondo del lavoro.

La sottoscrizione del "Patto per lo sviluppo" del 28 giugno ha dato il via libera alla manovra e alla demolizione degli ultimi diritti dei salariati, e si chiama i lavoratori allo sciopero proprio con una piattaforma in linea con lo sciagurato Patto, non per contrapporsi alla compagine governativa ma per interloquire con essa, affinché quel Patto sia recepito nella manovra.

L'adesione, poi, se pur alternativa a parole, allo sciopero della CGIL di alcune strutture del "sindacalismo di base", oltre a non essere minimamente in grado di influenzare alcunché, risulta estremamente imbarazzante. La costruzione di uno sciopero generale, che coinvolga le realtà sociali del paese, non può calare dall’alto ma deve trovare la sua essenza nel coinvolgimento degli stessi lavoratori.

Costruire uno sciopero generale dal basso significa generalizzare le pratiche e gli obiettivi per comprendere al suo interno le lotte di tutti quei movimenti che in questi anni hanno prodotto un punto di vista alternativo e cicli di conflitto. Quindi generalizzare lo sciopero, vuol dire confrontarsi e condividere; insomma, vuol dire confrontarsi con i lavoratori e non, per creare un fronte di conflittualità diffusa che attraversi il paese da nord a sud, affinché lo sciopero generale non sia solo, nel migliore dei casi, una ritualità, ma diventi un grande momento di lotta per cambiare l’esistente.

Rilanciare una politica economica, sociale e democratica alternativa, è l'unica strada da percorrere; alternativa sia alle scelte sinora attuate dai governi di centrodestra, ma anche a quelle dei governi di centrosinistra e, più in generale, alle decisioni dei governi delle banche europee.

Costruire, quindi, un fronte comune contro il governo unico delle banche, che impone le stesse misure antisociali in tutti i paesi d’Europa, contrario alla politica di unità nazionale che le cosiddette parti sociali, il governo e l’opposizione, stanno lanciando proprio in questi giorni; proporre, invece, un’alternativa radicale che colpisca gli interessi della finanza e delle banche in primo luogo, e che ristabilisca eguaglianza e diritti.

Un autunno di lotte, quindi, insieme alle mobilitazioni europee che si stanno organizzando, tra le quali quelle già programmate per il prossimo 15 ottobre.
Si scenderà in piazza accanto agli indignados spagnoli e ai greci, e a tutti quelli che lottano contro l’Europa delle banche e della finanza.

Questo, è il nostro appuntamento.

LAVORATORI AUTORGANIZZATI
Ministero dell’Economia e delle Finanze
lavoratoriautorganizzatimef@gmail.com

giovedì 8 settembre 2011

Ho partecipato ad uno sciopero......

Ricevo e pubblico

Ho partecipato ad uno sciopero proclamato da un sindacato... 
Se qualcuno me l'avesse detto un paio d'anni fa gli avrei riso in faccia. 
I sindacalisti che ci sono oggi farebbero rivoltare nella tomba tutti coloro che hanno lottato per i diritti dei lavoratori. Li conosco , i sindacalisti, li vedo tutti i giorni, di qualsiasi sigla, fare avanti indietro dalle stanze dei direttori, di quelli che dovrebbero combattere. 
Li vedo quando vengono a salutarti perché hanno avuto il tanto agognato trasferimento passando avanti a chi è da più tempo in graduatoria ma non è stato così furbo da farsi eleggere "sindacalista". Li conosco e li evito come la peste ma ieri sono andata allo sciopero CGIL contro tutte le mie convinzioni, l'ho fatto sapendo che, partecipando, non avrei dato appoggio ad un sindacato ma ad un'idea. 
Sentire la Camusso che si rivolgeva ai "lavoratori, ai pensionati, ai compagni... soprattutto ai compagni" mi ha fatto accapponare la pelle. 
Non mi sento assolutamente rappresentata e tutelata dalla CGIL, da nessuno a dire il vero... ma avrei partecipato allo sciopero anche se fosse stato indetto dal circolo degli anziani di via Pullino. 
Scioperare è un mio diritto ma lo pago caro... 80, 00 euro tolti dalla busta paga di per se già ridicola, il malumore del direttore a cui ho tolto un servizio, il malumore dei miei colleghi che non fanno che lamentarsi di questo governo ma accettano tutto supinamente e pensano che quella dello sciopero è solo una scusa per rimanere a casa. Ma io voglio avvalermi di questo diritto, del sacrosanto diritto di dire "non ci sto"...nonostante tutto. 
Non ho manifestato perché non voglio pagare la crisi. E' giusto, a parer mio, che ogni singolo cittadino si prodighi affinché il proprio paese possa progredire... è la presa in giro che non tollero. 
Una manovra barzelletta che cambia le carte in tavola ogni mezz'ora, che se non sei attento ancora pensi che non si festeggia più il 25 aprile (per fare l'esempio più banale ), un governo ridicolo e meschino, da telenovelas... ormai le intercettazioni di Tarantini, le esternazioni di Lavitola, le farneticazioni di Brunetta, i conti di Ruby oscurano anche le nefandezze di beautiful. 
Per non parlare di una opposizione che vuole quasi imitare questo governo macchietta... vedi Penati sospeso dopo che si era autosospeso. Travaglio, giustamente, oggi scrive :"da 17 anni a questa parte la fortuna del centro sinistra è poter rispondere ad ogni critica che gli altri sono molto peggio". Triste realtà... 
Tutti devono sapere che non siamo il "branco di pecoroni" di mussoliniana memoria, che non siamo rassegnati ma arrabbiati... che siamo pronti a tutto per far finire questo scempio! A tutto! 
E ieri eravamo pochi, moltissimi per la CGIL, ma ancora pochi per tornare ad avere una dignità di lavoratori, di pensionati, di compagni... no di compagni no, di italiani!


Lettera firmata

mercoledì 7 settembre 2011

Debiti della Pa, l'inutile stratificazione delle norme e 60 miliardi di fatture da riscuotere

In Italia non mancano le norme. Semmai, a scarseggiare, sono la volontà e la capacità di attuarle compiutamente. Prendiamo ad esempio la complessa gestione dei crediti della pubblica amministrazione nei confronti delle imprese.

L'ennesimo tentativo di legiferare per "sbloccare" una partita che, secondo le imprese, vale 60-70 miliardi di euro sta andando in scena in queste ore al Senato nell'ambito della conversione del decreto di Ferragosto.

Un emendamento presentato dal Terzo Polo e votato da tutta l'opposizione, col sostegno di Forza Sud, prevede che, in caso di mancato pagamento dei crediti sei mesi dopo la scadenza, sarà possibile chiedere alla Pa la certificazione delle somme dovute, con la possibilità di cedere il credito alle banche che liquiderebbero l'importo assumendone la «piena titolarità» verso la Pa.

La modifica passata in commissione Bilancio, venerdì scorso, ha messo subito in agitazione il Governo che in aula, da martedì, cercherà in tutti i modi di cassarla perché – sostengono i tecnici - la certificazione di questi crediti potrebbe incidere sull'indebitamento facendo emergere somme non contabilizzabili secondo i principi europei del Sec2 usati nei conti pubblici.

Mentre il ministero dell'Economia e la Ragioneria generale, dunque, studiano il dossier ci sono migliaia di aziende che, complice la crisi, versano in condizioni sempre più difficili. Negli ultimi anni, infatti, le ristrettezze delle casse pubbliche hanno determinato un allungamento progressivo dei tempi di pagamento, con situazioni croniche in alcuni settori, primo fra tutti la sanità (con un stock di fatture inevase di circa 40 miliardi). Soprattutto per le Pmi e le strutture artigiane che lavorano, in prevalenza, con lo Stato e gli enti pubblici riscuotere questi crediti è spesso l'unica via per tenersi in linea di galleggiamento. E dire che esiste già una norma che dal 1° gennaio 2011 consente di "scambiarli" con eventuali cartelle esattoriali.

Il decreto legge 78 del 2010 (articolo 31) ha stabilito che, dal 1° gennaio 2011, «i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti delle regioni, degli enti locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti, possono essere compensati con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo».
Con la manovra varata nel 2010 si era tentato, dunque, di dare una scossa al sistema, anche per fare da contrappeso alla stretta sulle compensazioni fiscali che ha già fatto risparmiare all'Erario oltre 6 miliardi di euro.

Questo meccanismo di compensazione diretta fra obblighi tributari e crediti non tributari finora è rimasto al palo per la complessa riorganizzazione amministrativa che comporta e per questioni di copertura. Il ministero dell'Economia «al fine di garantire il rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica» avrebbe dovuto "attivarlo" con un proprio decreto.

Un provvedimento di cui si sono perse le tracce. Il decreto legge 78 ha, inoltre, "stabilizzato" la procedura di cessione degli stessi crediti alle banche o agli intermediari finanziari (in precedenza limitata al biennio 2009-2010). Per poter accedere alla compensazione diretta alle aziende è stato peraltro richiesto di acquisire la certificazione dell'esistenza del credito da parte della stessa amministrazione debitrice. Una certificazione che dovrebbe essere rilasciata entro 20 giorni e che invece molto difficilmente viene concessa, come sottolineano gli operatori.

Quasi inutile, infine, rammentare che entro il marzo 2013, l'Italia dovrebbe recepire la Direttiva pagamenti che impone tempi certi per rispettare gli obblighi verso i fornitori privati da parte dei committenti pubblici.
In definitiva, le imprese non hanno bisogno di nuove disposizioni che alimentino il circolo vizioso dell'inottemperanza. Quello di cui hanno bisogno è che lo Stato, i Comuni, le Asl, le Regioni rispettino con tempestività gli impegni presi.


Articolo di Marco Bellinazzo pubblicato su www.ilsole24ore.com

martedì 6 settembre 2011

Sciopero Generale


E’ vero, è difficile comprendere contro quale manovra stiamo protestando ma tutti siamo consapevoli che questo governo colpirà pesantemente le condizioni di vita delle fasce più deboli.
Sciopero come lavoratore perché non è il momento di girare la testa, non è il momento di barattare 70 euro per i miei diritti, perché di fatto sono stanco di un paese senza timone, di una classe dirigente senza coerenza e dignità.
Sciopero come dipendente pubblico perché questo governo ci ha insultato, ci ha criticato per la nostra bassa produttività, ma ha solo propagandato le riforme della P.A. , senza realmente provare a muovere un dito per migliorare l’organizzazione del lavoro e premiare il merito.
Sciopero come contribuente perché, nonostante sia felice di contribuire alle spese del mio paese, sono stanco di osservare in silenzio un governo che sta dalla parte dei furbi e degli evasori lasciando che siano i più deboli a mantenere la baracca.
Sciopero come padre perché un giorno potrò dire ai miei figli che ho tentato di lasciargli un paese migliore di quello che ho ereditato dai miei genitori.
Oggi, tutti insieme, alle 9,00 in piazza della Repubblica per dire basta!

lunedì 5 settembre 2011

Quesito su aggregazione scolastica

Ricevo e pubblico



Faccio parte del Consiglio di Circolo XXXXXXX e siccome il prossimo anno ci sarà l'attuazione del dimensionamento scolastico e il mio circolo sarà aggregato ad una Scuola media statale costituendo un istituto comprensivo.


Volevo sapere se vale l' Ordinanza Ministeriale 15 luglio 1991 n. 215 , Art. 5 - Aggregazione di istituzioni scolastiche.

1. Nell'ipotesi in cui, in sede di attuazione della razionalizzazione della rete scolastica, prevista dall'articolo 2 del decreto-legge 6 agosto 1988, n. 323, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 6 ottobre 1988, n. 426, siano aggregate scuole di istruzione secondaria di secondo grado di diverso ordine e tipo, ogni scuola aggregata mantiene, a norma dell'art. 22, comma 2 bis, del decreto-legge 6 novembre 1989 n. 357, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 1989, n. 417, un proprio collegio dei docenti il quale esercita conseguentemente le proprie funzioni anche in materia elettorale, ivi compresa l'autonoma elezione per ciascuna scuola aggregata dei collaboratori del preside e dei docenti che fanno parte del comitato di valutazione del servizio degli insegnanti.

2. Le funzioni vicarie del direttore didattico o del preside, invece, sono affidate ad un unico docente.

3. Nelle predette scuole aggregate si costituisce altresì un solo consiglio di istituto, alle elezioni del quale partecipano le componenti di tutte le scuole interessate, con liste comuni di candidati.
Resta in carica, fino alla normale scadenza triennale, il consiglio di istituto della scuola aggregante.

Quindi il Consiglio di Circolo nominato l'anno scorso rimane in carica?


Nell'attesa di un Vostro cortese riscontro porgo distinti saluti

giovedì 1 settembre 2011

A Brancher 160 milioni


Per distribuire preziosi pacchi di soldi pubblici mentre l'Italia rischia la bancarotta, cosa c'è di meglio di un bel comitato politico, presieduto da un onorevole marchiato dalla giustizia come ladrone? 
Spesso in Italia, come insegnava Ennio Flaiano, la situazione è grave, ma non seria: a riconfermarlo è un atto del governo che affida un tesoretto di 160 milioni di euro a un nuovo ente presieduto e diretto da Aldo Brancher. Sì, proprio lui, il deputato berlusconiano fresco di condanna definitiva per i reati di ricettazione e appropriazione indebita. 
 Il neonato ente parastatale si chiama "Odi" ("Organismo di indirizzo") ed è stato istituito il 14 gennaio 2011 con un apposito decreto firmato nientemeno che da Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Richiamandosi a un codicillo semi-nascosto nella legge finanziaria 2010 ("articolo 2, comma 107, lettera h"), il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia autorizzano la spartizione di 160 milioni tondi entro la fine di quest'anno. 
I soldi sono destinati ai soli comuni veneti e lombardi delle fasce di confine con Trento e Bolzano. L'idea era stata lanciata già nel 2008 per frenare la mini-secessione dei centri di montagna, che progettavano di abbandonare le regioni padane per entrare nelle ricche province a statuto speciale. Allora però era previsto uno stanziamento di soli 20 milioni. Adesso il fondo è quadruplicato: 80 milioni all'anno. E la prima spartizione riguarda il biennio 2010-2011, per cui la cifra in gioco raddoppia. 
Il nuovo ente ha pieni poteri sulla distribuzione dei soldi. Mentre i costi sono a carico delle due province autonome, che non sono amministrate dal centrodestra. 
Oltre a nominare gli otto componenti dell'Odi (quattro per il governo, quattro per gli enti locali), è lo stesso decreto Berlusconi-Tremonti a regalare a Brancher la poltronissima di "presidente, in rappresentanza del ministero dell'Economia, per i prossimi cinque anni". L'atto governativo, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del 22 marzo, è entrato in vigore d'urgenza la mattina successiva. 
Appena tre settimane prima, l'onorevole ex dirigente Fininvest si era visto confermare dalla Corte d'appello la condanna a due anni di reclusione, graziati dall'indulto, con l'accusa di aver intascato fondi neri per 827 mila euro. In parte attraverso contratti di comodo intestati a sua moglie Luana; in parte ritirati di persona, in contanti, in luoghi indimenticabili come il parcheggio dell'autogrill di San Giuliano Milanese. Soldi sporchi, perché sottratti alle casse di una banca, la Popolare di Lodi, tra il 2001 e il 2005, quando a guidarla era Gianpiero Fiorani, che dopo l'arresto confessò anche quelle mazzette versate "in cambio dell'appoggio del politico". In luglio la Cassazione ha riconfermato la colpevolezza del deputato, denunciando pure un suo tentativo di far saltare l'udienza finale, inventandosi un domicilio fittizio, nella speranza di salvarsi con la prescrizione, come era riuscito a fare già due volte, ai tempi di Tangentopoli. Tra un processo e l'altro, nel 2001 Brancher è diventato parlamentare, sottosegretario del premier Berlusconi e nel 2010 ministro per 17 giorni, giusto il tempo di avvalersi della legge sul legittimo impedimento, poi dichiarata incostituzionale. 
Ora è un onorevole pregiudicato
Per reati che dovrebbero sconsigliare di affidargli denaro pubblico: tecnicamente l'appropriazione indebita equivale a un furto aggravato, mentre l'accusa di ricettazione colpisce chi incassa un bottino rubato da altri ladri. 

Nonostante questi precedenti penali e nuove accuse recentissime (caso Di Lernia), il decreto Berlusconi-Tremonti ha nominato Brancher presidente non solo dell'Odi, cioè dell'organismo che "fissa gli indirizzi" per distribuire i soldi ai Comuni, ma anche della "Commissione di approvazione dei progetti" (in sigla "Cap"), che valuta concretamente quali giunte beneficiare e con quanto denaro. La "Cap" ha solo quattro membri, per metà scelti a rotazione, ma in modo che il centrodestra abbia sempre una maggioranza di tre a uno. Della cabina di regia fanno parte almeno altri due amici di Brancher. L'immedesimazione tra il nuovo ente e l'onorevole condannato è tanto forte che decine di sindaci veneti e lombardi parlano direttamente di "fondo Brancher", come se i 160 milioni da distribuire fossero suoi. E in tempi di crisi sempre più nera e tagli rovinosi per i Comuni, il tesoretto dell'Odi sta scatenando scene da assalto alla diligenza. Il termine per presentare i progetti di "sviluppo dei territori" scadeva il 30 giugno. 
Con buona pace delle promesse di evitare una pioggia clientelare di micro-finanziamenti, nella sede dell'Odi risultano "pervenute" almeno 179 buste chiuse, ognuna delle quali può contenere più progetti: 68 da Belluno, 60 da Brescia, 33 da Vicenza, altre 18 da Verona e Sondrio. I dati sono ufficiosi, perché l'Odi per ora non pubblicizza neanche i progetti in gara. 
Le domande, secondo le prime indiscrezioni, sono le più disparate: centraline energetiche, piste ciclabili, sistemazioni dei sentieri, funivie, strutture turistiche, incentivi all'agricoltura, opere idrauliche... Nel timore di perdere il treno targato Brancher, decine di piccoli comuni, anziché spedire le richieste per raccomandata o per e-mail certificata, hanno preferito la consegna a mano: camion e furgoni stipati di documenti che scendono dalle montagne strombazzando il clacson per arrivare in tempo a Verona, in Lungadige Capuleti 11, negli uffici che ospitano l'Odi e i suoi 15 dipendenti in prestito dal ministero dell'Economia.

Vergogna!!!!!

Il collegio dei revisori dei conti entrerà anche nelle Regioni

Per rafforzare i controlli interni e per valorizzarne l'autonomia rispetto agli organi di governo il Dl 138/2011 prevede l'introduzione del collegio dei revisori dei conti nelle regioni e lo sganciamento di quelli dei comuni e delle regioni dalla nomina, e quindi dall'influenza, degli organi di governo. Non è disposto alcunché per le province.

Questa disposizione è un ulteriore tassello nella direzione di forme di controllo indipendente sull'attività delle Pa: viene dopo la valorizzazione del ruolo delle sezioni regionali di controllo della Corte dei conti, l'accrescimento della responsabilità dei revisori e l'istituzione degli organismi indipendenti di valutazione; probabilmente precede l'istituzione di nuove forme di controllo.

Anche le regioni devono, per la prima volta e dal prossimo 1° gennaio, darsi il collegio dei revisori dei conti, sulla base dell'articolo 14, comma 1, lettera e). Per fugare le possibili censure di legittimità costituzionale questa disposizione, inserita tra le misure di contenimento del numero dei consiglieri e degli assessori, nonché di riduzione delle loro indennità, è motivata dalla esigenze di coordinamento della finanza pubblica e di contenimento della spesa.

Non viene prevista come obbligatoria, ma costituisce una delle condizioni per poter essere considerati «ente virtuoso» e concorrere alla distribuzione delle risorse previste dall'articolo 20, comma 3 del Dl 98/2011.

Le regioni sono incentivate - o di fatto obbligate - a istituire il collegio dei revisori dei conti. Per dare corso a tale disposizione devono darsi delle regole specifiche, i cui principi non possono che essere inseriti nello statuto, il che potrebbe determinare dei ritardi nella concreta attivazione del nuovo istituto. Occorre definirne bene i compiti, visto che la disposizione legislativa si limita a considerarlo «organo di vigilanza sulla regolarità contabile, finanziaria ed economica della gestione dell'ente».

È poi necessario fissarne il numero, che dovrebbe essere di tre, considerato che si parla di un collegio e che il Dl 78/2010 fissa in tale cifra la soglia massima dei componenti gli organi di controllo delle Pa. Si deve fissare la durata. Vanno anche individuate le modalità operative: il legislatore si limita a stabilire la necessità del sorteggio tra i componenti un elenco regionale di cui possono, a domanda, far parte gli iscritti al registro dei revisori legali, che siano «in possesso di specifica qualificazione professionale in materia di contabilità pubblica e gestione economica e finanziaria degli enti territoriali».

Per i comuni, l'articolo 16, comma 11, dispone che la nomina dei revisori dei conti avvenga tramite sorteggio da un elenco provinciale nel quale sono inseriti a richiesta i revisori legali in possesso degli stessi requisiti di conoscenza della contabilità pubblica previsti per potere essere utilizzati dalle regioni. La disposizione non modifica le regole del decreto legislativo 267/2000, nonostante esso preveda la necessità di modifiche formali, il che potrebbe sollevare dei dubbi applicativi.

La decorrenza di applicazione è fissata nella prima scadenza dei collegi oggi in carica (durano tre anni). Le modalità operative saranno dettate da un decreto del ministro dell'Interno, da adottare entro la metà del mese di novembre (90 giorni dall'entrata in vigore del decreto). Fino ad allora sarà impossibile il rinnovo dei collegi di revisori già scaduti o che vanno in scadenza.