giovedì 9 settembre 2010

il rilievo dell'UCB sull'accordo relativo alle progressioni interne

Ricevo dal sindacato RDB e pubblico:

Informiamo i lavoratori che in data odierna l’USB RdB MEF ha inviato al Sottosegretario di Stato con delega al personale e alla delegazione di parte pubblica, una nota (in allegato) con la quale ha chiesto un urgentissimo incontro a seguito della notizia, pervenuta in via informale, di un rilievo sollevato da parte del competente organo di controllo sull’ipotesi di accordo nazionale in materia di sviluppo economico all’interno delle aree, siglata il 28 luglio 2010.

Com’è noto, pur con le riserve esposte dettagliatamente ai lavoratori con le precedenti informative sindacali e dopo molte e attente valutazioni, l’USB RdB MEF ha inteso sottoscrivere l'ipotesi di accordo nazionale del 28 luglio 2010 in quanto il testo, sia concettualmente che praticamente, percorre l'approvazione di un passaggio economico e la stabilizzazione di quote del FUA (sottraendole alla discriminazione e alla meritocrazia) legittimando, in tale maniera, il ruolo determinante della nostra sigla sindacale in questa vertenza.

E' ovvio, quindi, che qualunque eventuale modifica dovesse essere apportata unilateralmente al testo siglato dall’USB RdB MEF lo scorso mese di luglio, a seguito del rilievo pervenuto, provocherà una riconsiderazione complessiva della posizione assunta dalla nostra organizzazione sindacale e l'invito ai lavoratori per una mobilitazione generale.

Non vorremmo che, oltre al ritardo vergognoso nella corresponsione del FUA 2009, alla latitanza sui fondi speciali (cartolarizzazione), all’assoluto silenzio sul Fondo di Previdenza, allo smantellamento delle Direzioni Territoriali senza garanzie per chi resta e per chi andrà via, il tutto condito dal feroce attacco portato con la manovra correttiva, si aggiungesse un ulteriore scippo.


NdR: il rilevo è stata una decisione autonoma del direttore dell'UCB? Strano molto strano!

mercoledì 8 settembre 2010

Borse di studio della Banca d'Italia

Pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale - 4ª Serie Speciale - Concorsi n. 71 del 7-9-2010 tre bandi di concorso per complessive 7 borse di studio della Banca d'Italia

Bando di concorso per tre borse di studio intitolate a "Bonaldo Stringher", destinate al perfezionamento degli studi all'estero nel campo dell'economia politica e della politica economica.
Pag. 49

Bando di concorso per due borse di studio intitolate a "Giorgio Mortara", destinate al perfezionamento degli studi all'estero sulle metodologie matematiche, statistiche ed econometriche, principalmente finalizzate all'analisi delle istituzioni, dei mercati e degli strumenti finanziari e della loro regolamentazione.
Pag. 55

Bando di concorso per due borse di studio intitolate a "Donato Menichella", destinate al perfezionamento degli studi in Italia o all'estero sulle interrelazioni tra crescita economica ed ordinamento giuridico, nonche' sugli impatti della regolamentazione sulle attivita' economiche.

martedì 7 settembre 2010

Il lavoro pubblico resisterà alla manovra correttiva?

Ampio stralcio dell'articolo di Maria Barilà - Dirigente Funzione pubblica - pubblicato su Professione e imprese


Il Consiglio dei ministri del 25 maggio scorso, sul presupposto della necessità ed urgenza, ai fini della stabilizzazione finanziaria, ha varato una manovra in parte di contenimento della spesa pubblica ed in parte di incremento delle entrate, che rimarrà nella storia non tanto per l’abilità nell’aggiustare i conti pubblici o per i riflessi diretti sul piano fiscale, quanto certamente per il trattamento speciale che riserva ai lavoratori pubblici, a cui viene chiesto di fare un sacrificio per salvare il Paese da un possibile collasso finanziario e di subire misure che incidono sulle loro retribuzioni bloccandole per i prossimi quattro anni.
E chi può escludere in futuro eventuali proroghe del blocco delle retribuzioni dettate da nuove necessità, sempre in nome della stabilizzazione della finanza pubblica? Ma, più che una richiesta di un sacrificio, la misura appare come una richiesta ai dipendenti pubblici di compiere un atto di responsabilità per diverse ragioni.
In primo luogo, perché hanno avuto una crescita delle retribuzioni negli ultimi dieci anni pari al 39,7% a differenza di quelle del settore privato dove i salari sono aumentati del 25,7% (dati forniti dall’Aran). Se è per questo per la Corte dei conti la forbice sarebbe ancora più consistente perché la crescita delle retribuzioni pubbliche risulterebbe pari al 42,5% in dieci anni, rispetto al 24,8% dei privati.

Un’altra ragione per cui i lavoratori pubblici devono essere consapevoli di quanto a loro è richiesto è data dal fatto che godono del vantaggio della garanzia del posto di lavoro, non rischiano di essere licenziati quando l’attività di un ente viene chiusa, e la “cassa integrazione” non è prevista, in quanto l’extrema ratio, nel caso di chiusura di enti, è il ricorso alla mobilità di ufficio che consente, nei fatti, il riassorbimento di tutto il personale nel contesto ampio dell’intero apparato amministrativo. La stessa manovra finanziaria prevede misure di questo tipo, di riallocazione completa del personale, laddove dispone la soppressione di alcuni enti.

Un’altra ragione non dichiaratamente espressa, ma probabilmente pensata, è anche quella che questi lavoratori privilegiati e fortunati, se non sanno essere adeguatamente produttivi e arrecare ricchezza al sistema economico con una prestazione lavorativa in grado di erogare servizi pubblici che possano favorire lo sviluppo delle imprese ed una maggiore competitività economica, non devono neppure essere così ingrati da rifiutarsi di prestarsi generosamente e servilmente ad essere una sorta di fondo cassa di emergenza a cui lo Stato può ricorrere, al bisogno, attingendo ad esso, direttamente, facilmente, d’autorità, senza tanti scrupoli dato il livello della prestazione, per racimolare risorse finanziarie utili che hanno, tra l’altro il vantaggio di concretizzare non interventi tampone, ma misure definite dal ministro proponente “strutturalissime”, perché volte a realizzare risparmi definitivi, garantiti nel tempo, sicuri per sempre, in quanto ciò che oggi viene tolto, non potrà mai più essere recuperato, come si preoccupa opportunamente di precisare il decreto legge in argomento (Dl 31 maggio 2010, n. 78, “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale del 31 maggio 2010, n. 125).

Insomma, alla luce di questa manovra sembra che all’interno del Governo operino due diverse anime che in materia di lavoro pubblico non trovano univocità di vedute e quindi di intenti. Un’anima tenta di far compiere un salto di qualità alla pubblica amministrazione, spingendo con fiducia, ottimismo, spirito costruttivo verso interventi di sviluppo e miglioramento dei servizi, accompagnati da meccanismi di incentivazione e strumenti premiali di valorizzazione delle professionalità dei dipendenti pubblici, con soluzioni ordinamentali “strutturalissime” che, se prendessero piede, se fossero veicolate coerentemente dal Governo, realizzerebbero un meccanismo virtuoso capace di creare valore per il Paese e restituire dignità al lavoratore pubblico. Un’altra anima, invece, ritiene che il settore dei lavoratori pubblici, piuttosto che rappresentare un campo fertile su cui investire, sia un terreno privo di potenzialità, rispetto al quale, in via prudenziale, in una situazione di crisi economica e dell’euro, un intervento di riduzione del peso finanziario sostenuto per la sopravvivenza rappresenti un alleggerimento immediato e sicuro per l’economia e la società, soprattutto ora che, senza andare troppo per il sottile, occorre racimolare in tempi rapidi 24,9 miliardi di euro in due anni, tanto quanto serve per abbassare il rapporto tra deficit e Pil dal 5% attuale al 2,7% nel 2012, ossia al di sotto del 3%, così come richiesto dall’Unione europea per ristabilire la credibilità dell’Euro zona.
Ed a conti fatti il Governo è riuscito a centrare l’obiettivo e a ricevere il plauso da parte della Commissione europea, grazie anche all’apporto dei lavoratori pubblici e, più in generale, ai tagli previsti sulla spesa pubblica, alla riduzione dei costi della politica e della pubblica amministrazione. L’importante è trovare, quando serve, chi si sacrifichi, rectius chi possa essere sacrificato nel modo meno indolore possibile.

Struttura e contenuti del provvedimento
Le disposizioni che interessano il lavoro pubblico sono contenute nella prima parte del provvedimento che si compone, a sua volta, di 4 capi: il primo sulla riduzione del perimetro e dei costi della pubblica amministrazione, il secondo sulla riduzione dei costi degli apparati politici ed amministrativi, il terzo sul contenimento delle spese in materia di impiego pubblico, invalidità e previdenza, il quarto sulle entrate non fiscali.
Le principali disposizioni volte a ridurre il costo del lavoro pubblico sono contenute nel capo III ed in particolare nell’art. 9.
Tra gli interventi fondamentali contenuti nell’art. 9 vi è quello a cui si è fatto già cenno, che attiene alle misure di congelamento delle retribuzioni dei lavoratori pubblici ed al blocco dei rinnovi contrattuali.
La misura contenuta nel co. 1 dell’art. 9 stabilisce che, per gli anni 2011, 2012 e 2013, il trattamento economico complessivo - comprensivo del trattamento accessorio previsto dai rispettivi ordinamenti - dei singoli dipendenti pubblici, anche di qualifica dirigenziale, non può superare, in ogni caso, il trattamento in godimento nell’anno 2010. La portata di questa disposizione apparirebbe particolarmente critica ove si attribuisse alla formulazione utilizzata un significato letterale. In sostanza, congelare il trattamento economico per il triennio 2011-2013 del sig. Rossi potrebbe risultare meno problematico se il lavoratore nel corso del 2010 fosse sempre presente in servizio e pienamente produttivo. Acquisterebbe una criticità diversa laddove il “signor Rossi” avesse usufruito nel 2010 di un’aspettativa senza assegni. In tale circostanza, infatti, un’interpretazione letterale dell’espressione “singoli dipendenti pubblici” indurrebbe a non poter retribuire adeguatamente la prestazione lavorativa dell’impiegato, laddove lo stesso nel corso del triennio 2011-2013 fosse sempre presente in servizio, rappresentando l’erogato nel 2010 il massimo attribuibile. Per dare alla disposizione una lettura costituzionalmente orientata, si ritiene che ciascuna amministrazione, fermo restando il trattamento economico fondamentale dovuto, possa distribuire nell’arco temporale 2011-2013, a titolo di trattamento economico accessorio per i propri dipendenti, solo quanto complessivamente erogato nell’anno 2010, con un conseguente taglio dei relativi fondi. Per espressa previsione del decreto legge è fatta salva, in ogni caso, per ciascun anno l’indennità di vacanza contrattuale prevista a decorrere dall’anno 2010 dalla legge finanziaria del 2009 (art. 2, co. 35, della legge n. 203/2008).

La platea dei destinatari
L’intervento di congelamento del trattamento economico sopra descritto vede interessati i dipendenti, dirigenti e non, in regime di diritto privato o pubblico, di tutte le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istat, ai sensi dell’art. 1, co. 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196.
Si tratta delle amministrazioni pubbliche che concorrono al perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica, sulla base dei principi fondamentali dell’armonizzazione dei bilanci pubblici e del coordinamento della finanza pubblica. Ai fini della medesima legge n. 196/2009, per amministrazioni pubbliche si intendono gli enti e gli altri soggetti che costituiscono il settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche individuati annualmente dall’Istat, entro il 31 luglio, sulla base delle definizioni di cui agli specifici regolamenti comunitari.
Il co. 2 dell’art. 9 individua, come platea dei destinatari, gli stessi definiti dal co. 1, ovvero sempre tutti i dipendenti, dirigenti e non, in regime di diritto privato e non, di tutte le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istat. A decorrere dal 1° gennaio 2011 e sino al 31 dicembre 2013, i trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti di dette amministrazioni superiori a 90mila euro lordi annui sono ridotti del 5% per la parte eccedente il predetto importo fino a 150mila euro, nonché del 10% per la parte eccedente 150mila euro; è garantito, tuttavia, un trattamento economico complessivo che non può essere comunque inferiore 90mila euro lordi annui La riduzione prevista dal primo periodo del presente comma non opera ai fini previdenziali. Per queste misure, che sono poi dei prelievi fiscali veri e propri, il legislatore si preoccupa di fornire una “giustificazione” al proprio operato specificando che le ragioni dell’intervento sono da imputare all’eccezionalità della situazione economica internazionale e tenuto conto delle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea.
Lo stesso co. 2 in esame riduce del 10% anche le indennità dei responsabili degli uffici di diretta collaborazione dei ministri, di cui all’art. 14, co. 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, aventi esclusive competenze di supporto e di raccordo con l’amministrazione, istituiti e disciplinati da ciascun ministero con apposito regolamento. La riduzione si applica sull’intero importo dell’indennità che rappresenta un unico emolumento,̀ sostitutivo dei compensi per il lavoro straordinario, per la produttività collettiva e per la qualità della prestazione individuale resa. Richiamando i responsabili degli uffici, la disposizione sembra essere riferita solo a coloro che ricoprono le posizioni apicali negli uffici di diretta, rispondendo ad una finalità equitativa, in relazione alla misura di decurtazione del 5% o del 10% sopra illustrata.
Già in questa parte di disciplina cambia la platea dei destinatari, ma, all’interno della stessa norma, è previsto un ulteriore importante vincolo di contenimento dei costi del lavoro pubblico che si applica soltanto ai titolari degli incarichi dirigenziali, generali e non, in servizio presso le amministrazioni di cui all’art. 1, co. 2, del Dlgs n. 165/2001. I trattamenti economici complessivi spettanti ai titolari degli incarichi dirigenziali, anche di livello generale, non possono essere stabiliti in misura superiore a quella indicata nel contratto stipulato dal precedente titolare ovvero, in caso di rinnovo, dal medesimo titolare, ferma restando la riduzione prevista nel presente comma.
Il co. 2 contiene tre diverse disposizioni con interventi diversi e con una platea differenziata di destinatari. Una migliore tecnica legislativa sarebbe certamente auspicabile per favorire un’omogeneità di contenuti all’interno di uno stesso comma.
Il co. 3 dell’art. 9 si applica, poi, ai soli titolari di incarichi di livello dirigenziale generale, in servizio presso amministrazioni pubbliche, come individuate dall’Istat, ai quali non può più essere corrisposta, già dalla data di entrata in vigore del decreto legge (31 maggio 2010), alcuna retribuzione connessa con l’espletamento di incarichi aggiuntivi. Come noto, nel rispetto del principio dell’onnicomprensività del trattamento economico, i compensi legati allo svolgimento di incarichi aggiuntivi confluivano nel fondo per essere poi riassegnati, in parte ai singoli dirigenti titolari degli incarichi, in parte ridistribuiti tra tutti i dirigenti dell’amministrazione. Ora sembra che, nella fattispecie, la parte spettante al dirigente di prima fascia rimanga tra le pertinenze del fondo o abbia una destinazione non meglio precisata. In sostanza tanto questo co. 3, quanto il co. 1, che fissa un tetto massimo sui prossimi costi del personale, potrebbero essere idonei a produrre economie, tenuto conto che eventuali risorse residue possono essere utilizzate solo a condizione che non creino di fatto incrementi retributivi in capo al personale.
Continua poi, all’interno dell’art. 9, la complessa previsione di altre misure di contenimento del trattamento retributivo dei lavoratori pubblici con un panorama di destinatari che va individuato di volta in volta.
Il co. 4 pone poi un limite ai rinnovi contrattuali del personale dipendente dalle pubbliche amministrazioni per il biennio 2008-2009, nonché ai miglioramenti economici del rimanente personale in regime di diritto pubblico per il medesimo biennio. Per entrambe le categorie di personale i rinnovi o le procedure negoziali non possono, in ogni caso, determinare aumenti retributivi superiori al 3,2%. La disposizione di cui al presente comma si applica retroattivamente anche ai contratti ed accordi stipulati prima della data di entrata in vigore del presente decreto; le clausole difformi contenute nei predetti contratti ed accordi sono inefficaci a decorrere dalla mensilità successiva alla data di entrata in vigore del decreto legge. I trattamenti retributivi saranno conseguentemente adeguati.
Il limite di cui al comma in esame non si applica al comparto sicurezza-difesa ed ai Vigili del fuoco.
Rimane singolare che eventuali incrementi superiori al 3,2% contenuti nei primi contratti sottoscritti non sono ripetibili, nel senso che è palese lo svantaggio dei comparti che hanno sottoscritto il Ccnl per ultimi o che debbono ancora sottoscriverlo.

Il contenimento del costo del lavoro pubblico
Dopo una parentesi di commi che riguardano il regime assunzionale delle amministrazioni centrali, il co. 17 riprende a dettare interventi che attengono al contenimento del costo del lavoro pubblico. Questa disposizione completa le misure poste in essere dal decreto legge dal momento che stabilisce che per il triennio 2010-2012 non si dà luogo, senza possibilità di recupero, alle procedure contrattuali e negoziali relative al triennio 2010-2012 del personale di cui agli artt. 2, co. 2, e 3 del Dlgs n. 165/2001. È fatta salva l’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale nelle misure previste a decorrere dall’anno 2010 in applicazione dell’art. 2, co. 35, della legge 22 dicembre 2008, n. 203.

Riflessioni finali
Richiamate sinteticamente le ulteriori misure in materia di limitazioni alle retribuzioni dei dipendenti pubblici, occorre svolgere qualche riflessione in merito agli effetti che il blocco dei contratti determina rispetto alla riforma Brunetta del lavoro pubblico ed alle importanti novità contenute nel decreto legislativo n. 150/2001.
Occorre evidenziare due possibili strade. Una prima strada è quella di immaginare che in mancanza di una sottoscrizione dei Ccnl per il triennio 2010-2012, l’ultrattività dei precedenti contratti collettivi sia confermata ove compatibile con il nuovo quadro normativo previsto dal decreto legislativo n. 150/2009, che si sostituirebbe nei contenuti ai precedenti Ccnl, attraverso l’istituto dell’inserzione automatica di clausole, in ragione della qualificazione della disciplina come imperativa. In sostanza il rapporto di lavoro sotto l’aspetto ordinamentale troverebbe la sua fonte nella legge che si integra con i precedenti Ccnl ove questi ultimi siano con essa compatibili. Ma, sarebbe meglio ed auspicabile che le parti, Aran ed organizzazioni sindacali, condividessero, magari in una sede trasversale quale può essere la contrattazione collettiva quadro (Ccnq), una disciplina transitoria di riferimento, magari come quella sopra descritta, che consenta di traghettare ai prossimi rinnovi contrattuali senza che i prossimi tre anni siano vissuti in un regime di confusione e sbandamento totale, che certamente non gioverebbe alle amministrazioni pubbliche, alle motivazione del relativo personale, al livello dei servizi erogati, al sistema economico del paese, alle esigenze di stabilizzazione della finanza pubblica che sono connesse anche con un buon uso delle risorse pubbliche sotto l’aspetto qualitativo e non solo ad un uso quantitativamente sempre più contenuto.
Detto ciò, non si manca di evidenziare che la filosofia che sta alla base della riforma Brunetta non viene meno. Le disposizioni strategiche contenute nel decreto legislativo n. 150/2009, ovvero i principi generali declinati dall’art. 2, asseriscono che ogni amministrazione pubblica è tenuta a misurare ed a valutare la ‘performance’ organizzativa ed individuale, adottando modalità e strumenti di comunicazione che garantiscono la massima trasparenza delle informazioni e secondo criteri strettamente connessi al soddisfacimento dell’interesse del destinatario dei servizi e degli interventi. Rispettare detti principi è condizione necessaria per l’erogazione di premi legati al merito ed alla performance. Secondo quanto previsto dall’art. 10 del decreto 150, la mancata adozione del Piano della performance fa scattare il divieto di erogazione della retribuzione di risultato ai dirigenti che risultano avere concorso alla mancata adozione del Piano, per omissione o inerzia nell’adempimento dei propri compiti, e l’amministrazione non può procedere ad assunzioni di personale o al conferimento di incarichi di consulenza o di collaborazione comunque denominati. Secondo l’art. 14 dello stesso Dlgs la validazione della Relazione sulla performance è condizione inderogabile per l’accesso agli strumenti per premiare il merito di cui al Titolo III. Non dimentichiamo che fra detti strumenti vi sono anche le progressioni di carriera e quelle economiche.
Si ricorda altresì che l’art. 18 vieta la distribuzione in maniera indifferenziata o sulla base di automatismi di incentivi e premi collegati alla performance in assenza delle verifiche e attestazioni sui sistemi di misurazione e valutazione adottati ai sensi del decreto in esame. Infine, l’art. 20 stabilisce che le disposizioni descritte hanno carattere imperativo, non possono essere derogate dalla contrattazione collettiva e sono inserite di diritto nei contratti collettivi ai sensi e per gli effetti degli artt. 1339 e 1419, co. 2, del codice civile, a decorrere dal periodo contrattuale successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto.
Ne deriva che sono già immediatamente efficaci.
Credo che utilizzare la manovra finanziaria per costruirsi un alibi per non dare attuazione alla riforma Brunetta sia in contrasto con la responsabilità dirigenziale ed amministrativa prevista dal nostro ordinamento e favorisca solo un maggior declino della pubblica amministrazione e del sistema economico paese.
Non dimentichiamo che una forte ulteriore ipoteca sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici è già insita in questa manovra anche per il prossimo triennio contrattuale. L’art. 9, co. 1, nel congelare il trattamento economico anche per l’anno 2013, di fatto compromette, almeno per il primo anno del prossimo triennio di contrattazione collettiva, possibili incrementi retributivi.
Di stampo anticostituzionale è poi l’ultimo periodo contenuto nel co. 21 dell’art. 9 dove è previsto che per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree (quali visto che sono abrogate dal 1° gennaio 2010?) eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto per i predetti anni ai fini esclusivamente giuridici. Ciò è possibile se non vi è variazioni di mansioni. Una prestazione lavorativa che richiede lo svolgimento di mansioni superiori deve necessariamente essere retribuita con un trattamento economico e non può limitarsi ad un mero riconoscimento giuridico del nuovo status.
Queste considerazioni non celano un po’ di amarezza.
Tuttavia, all’appuntamento della prossima manovra finanziaria potrebbero i dipendenti pubblici essere chiamati ad un ulteriore atto di responsabilità soprattutto se scelgono di rimanere inattivi, arenati in un immobilismo pernicioso. Viceversa il loro potere contrattuale potrà avere un contenuto e consentire ad essi di esprimersi attivamente se saranno in grado, in questi anni di difficoltà economica, di rilanciare il ruolo che sono chiamati a svolgere a vantaggio dell’intero sistema economico.
Gli strumenti contenuti nel decreto legislativo n. 150/2009 rappresentano oggi un punto di partenza più che mai necessario.

lunedì 6 settembre 2010

meritocrazia di Abravanel

Vi propongo un interessante sito www.meritocrazia.it

Articolo di Roger Abravanel


Un servizio pubblico di qualità ed equo è essenziale per restituire la fiducia ai cittadini e rompere il “circolo vizioso” che fa sì che i migliori non si impegnino nel sistema educativo e nell’economia. Invece le raccomandazioni esplodono e l’unica misura del merito resta l’esperienza, e quindi l’età; la leadership gerontocratica tende a preservarsi, riducendo il libero mercato e quindi le opportunità di sviluppo dell’economia e le pari opportunità.

Il servizio pubblico italiano è ancora legato alla visione del dopoguerra, quando veniva considerato il datore di lavoro di ultima istanza. La necessità di ridurre deficit e debito pubblico oggi spinge solo verso la riduzione dei costi, una misura comprensibile, perché le opportunità di recuperare efficienza ci sono.

Tuttavia i costi del nostro servizio pubblico non sono altissimi se paragonati con la media europea. A essere fuori dalla media sono la sua pessima qualità e la sua iniquità. Scuola, sanità, giustizia civile e penale sono lontane dall’eccellenza quasi ovunque in Italia, ma ciò che colpisce di più è l’enorme differenza della qualità del servizio ai cittadini, in particolare per la pessima qualità al Sud.

La pressione sui costi spinge a concepire iniziative come “licenziare i fannulloni” per ridurre l’assenteismo, ma per migliorare la qualità (e ridurre ancor più drasticamente i costi) sono necessari approcci innovativi per rinnovare la dirigenza dell’amministrazione pubblica, oggi priva di qualunque forma di meritocrazia. Peraltro, senza una classe dirigente eccellente, anche “licenziare i fannulloni” non è semplice: le vicende di questi giorni relative al licenziamenti di alcuni ferrovieri evidenziano che, se non ci si fida di chi prende la decisione di licenziare, alla fine tutto si riduce al solito politico che attacca un altro politico.

Meritocrazia propone alcune idee innovative per creare una classe dirigente eccellente ottenendo anche l’obbiettivo di migliorare concretamente la qualità del servizio pubblico, ispirandosi ad alcune best practices mondiali, la prima delle quali è la delivery unit di Tony Blair.
“To deliver” in inglese vuole dire “consegnare”: la delivery unit di Tony Blair è nata per “consegnare” ai cittadini inglesi miglioramenti misurabili e concreti nella qualità del servizio pubblico; non sono le mirabolanti promesse da campagna elettorale (come le grandi infrastrutture), ma i piccoli miglioramenti che cambiano la vita di tutti i giorni: la riduzione del tempo di attesa di una TAC, il miglioramento dei risultati nei test nazionali standard di matematica delle scuole elementari, la riduzione degli scippi, la diminuzione degli ingorghi stradali.
La delivery unit guidata da Sir Michael Barber era composta da soli 50 giovani eccellenti che elaboravano analisi e programmi; costituivano lo staff di Tony Blair, che usava il lavoro della unit per guidare i Ministeri come un Amministratore delegato lavora con il suo planning and control staff per guidare e controllare i capi delle sue divisioni.
E i risultati sono arrivati: i test scolastici delle elementari sono drasticamente migliorati, la qualità della sanità è passata da “pessima” ad “accettabile”, la sicurezza è aumentata.
Questi risultati hanno fatto dire a Michael Barber che “50 giovani bravissimi inglesi hanno cambiato la vita a 50 milioni di loro connazionali”.
In Meritocrazia descrivo le condizioni per lanciare con successo una o più delivery units nel nostro servizio pubblico. Aggiungo però anche una proposta per un programma chiamato “mille leader”, orientato a portare ogni anno 1000 giovani italiani in posizioni di leadership nella Pubblica Amministrazione, dopo una accurata selezione, formazione e programmi di carriera fast track.
Nel concepire questo programma mi sono ispirato non solo alla delivery unit, ma anche ad altri programmi che riescono a inserire giovani eccellenti nella pubblica amministrazione temporaneamente o permanentemente, come il White House Fellows Program negli Stati Uniti, l’ENA in Francia e soprattutto il governo di Singapore. Quello di Singapore è considerato il miglior servizio pubblico del mondo, grazie a una meritocrazia molto efficace nella selezione e nella crescita professionale della sua classe dirigente; assegna ogni anno 4-500 borse di studio ai giovani più dotati, in un paese grande come la Lombardia.

venerdì 3 settembre 2010

Spoils system, ultimo atto

Riporto l'articolo dell'Avvocato dello Stato Paola Maria Zerman pubblicato in Diritto e Pratica amministrativa n. 5 di maggio 2010.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 81 del 5 marzo 2010, in continuità logica con quanto affermato nelle pronunce n. 103 del 2007 e n. 161 del 2008, ha affermato che è costituzionalmente illegittimo l’art. 2, co. 161, del decreto legge n. 262/2006 (“Disposizioni urgenti in materia tributaria e finanziaria”), nella parte in cui dispone che gli incarichi conferiti al personale di cui al co. 6, dell’art. 19 del Dlgs n. 165/2001 (“Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”), conferiti prima del 17 maggio 2006, “cessano ove non confermati entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto” perché in contrasto con gli artt. 97 e 98 della Costituzione, in quanto lesiva del principio dell’imparzialità e del buon andamento e del principio di continuità dell’azione amministrativa.


La ricorrente tentazione della politica di condizionare la dirigenza pubblica attraverso nomine a contenuto fiduciario è stata definitivamente censurata dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 81/2010 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’ultima norma di previsione dello spoils system per gli incarichi dirigenziali esterni che ancora sopravviveva dopo le pronunce nn. 103/2007 e 161/2008 relative alle altre categorie dei pubblici dirigenti nominati ai sensi dell’art. 19 del Dlgs n. 165/2001.
Anche questa volta la corte costituzionale ha riaffermato l’illegittimità della decadenza automatica ex lege dagli incarichi dirigenziali perché in contrasto con gli artt. 97 e 98 della Costituzione, in quanto lesive del principio dell’imparzialità e del buon andamento e del ruolo dei pubblici impiegati posti dalla Carta costituzionale al “servizio esclusivo della Nazione”.

Esclusa la possibilità di cessazione automatica degli incarichi dirigenziali non apicali a seguito del cambio di Governo, una eventuale revoca dei medesimi incarichi si può legittimamente esercitare solo nell’ipotesi prevista dall’art. 21 del Dlgs n. 165/2001 e cioè in caso di responsabilità dirigenziale per mancanza di raggiungimento degli obiettivi fissati o inosservanza delle direttive ministeriali.
La revoca deve essere quindi ancorata a dati oggettivi e valutabili, e non già ad nutum, inoltre deve seguire precise garanzie procedimentali.
I principi del giusto procedimento - dettati dalla legge n. 241/1990 - impongono l’adozione della revoca con atto motivato e previo contraddittorio. L’atto di revoca, a differenza della cessazione ex lege dell’incarico è quindi sottoposta a controllo giurisdizionale in relazione alla sua legittimità sostanziale e al rispetto delle garanzie procedimentali.
L’art. 21 del Dlgs n. 165, come modificato dal Dlgs n. 150/2009, prevede poi che l’impossibilità di rinnovo dell’incarico sia legata all’oggettivo riscontro del mancato raggiungimento degli obbiettivi - da accertarsi attraverso le risultanze del sistema di valutazione previsto dallo stesso Dlgs in materia di ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni - o all’inosservanza delle direttive ministeriali imputabili al dirigente.
Sembra così venir meno quello spoils system mascherato che lasciava, in seguito alla cessazione dall’incarico per scadenza del termine previsto, alla discrezionalità del Ministro il rinnovo dello stesso indipendentemente dai risultati raggiunti. L’impossibilità di rinnovo dell’incarico dirigenziale dovrà essere quindi adeguatamente motivato in ragione dei scarsi risultati raggiunti dal dirigente, motivazione che potrà essere sindacata dal giudice se non adeguata e non rispondente ai criteri indicati dalla legge.

Conclusioni: il difficile rapporto tra politica e amministrazione
La complessa vicenda che ha riguardato il sistema dello spoils system e il continuo rimaneggiamento dell’art. 19 del Dlgs n. materia di conferimento degli incarichi dirigenziali, evidenzia il difficile rapporto esistente tra politica e amministrazione.
La separazione tra politica e amministrazione tanto declamata all’indomani del Dlgs n. 29/1993 in ragione della effettiva maggiore valorizzazione dei compiti gestionali del dirigente, e l’impossibilità per il ministro di avocare a sé gli atti del dirigente (art. 14, co. 3, del Dlgs n. 165/2001) , è “caduta” miseramente su un sistema, quello dello spoils system che, ben lungi dal garantire indipendenza e imparzialità al dirigente, ne hanno condizionato l’azione in ragione del pesante condizionamento rappresentato dalla necessità del gradimento ministeriale in vista della conferma dell’incarico.
Con chiarezza costituzionale ha ridelineato i confini della politica ribadendo i principi costituzionali che regolano l’azione dei dipendenti e dirigenti pubblici.
Il principio di imparzialità, come ben ricordato dalla Corte, esclude che il dirigente possa essere al servizio di una parte politica piuttosto di un’altra. Così come la regola fondamentale secondo cui i pubblici impiegati sono “al servizio esclusivo della Nazione” e non già di un partito o di un altro.
Tale principio non solo racchiude un monito per i politici ma costituisce anche criterio di condotta per i dirigenti. L’interesse pubblico che gli stessi devono perseguire nella propria azione, è comunque una peculiarità del rapporto di pubblico impiego che, se pure quanto più privatizzato nell’ottica di una più moderna amministrazione, non può comportare una completa assimilazione tra pubblico e privato, e impegna il dipendente nella valutazioni delle scelte migliori per l’interesse della collettività.
In tale prospettiva l’ampia possibilità di ricorrere ad esterni nell’attribuzione di incarichi dirigenziali, è diventata non di rado la via per assunzioni clientelari che non solo hanno dato scandalo ai cittadini e generato disaffezione tra i dirigenti entrati per concorso con legittime aspettative di promozione, ma ha altresì accentuato il fenomeno della fidelizzazione tra il dirigente e l’organo politico.
Tant’è che la legge “Brunetta”, anche ad evitare censure da parte della Corte dei conti per responsabilità erariale, è intervenuta specificando che gli incarichi dirigenziali ad esterni possono essere conferiti “fornendone esplicita motivazione, a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nei ruoli dell’amministrazione” (art. 38, co. 1, lett. e), del Dlgs n. 150/2009 di modifica all’art. 19, co. 6).
La previsione, poi, della temporaneità degli incarichi, al di là delle tecniche dello spoils system, impone un obbligo di riflessione sull’effettiva separazione tra politica e dirigenza.
L’intervenuta separazione tra lo status dirigenziale e l’affidamento dell’incarico dirigenziale, con la previsione della temporaneità di quest’ultimo di durata anche inferiore di quello della classe politica, se da un lato offre la possibilità di affidare ai più idonei gli incarichi dirigenziali (con la necessità di valutare anche le attitudini del dirigente in relazione alla complessità della struttura organizzativa), non convince del tutto circa l’effettiva condizione di obiettività, di imparzialità e indipendenza al fine della corretta valutazione degli interessi pubblici.
Sicuramente un rilevante passo avanti, in tale direzione, è stato compiuto con la attuale previsione che il diniego di rinnovo dell’incarico deve essere comunque motivato in ragione del mancato raggiungimento di risultati valutati obbiettivamente o per la mancanza dell’osservanza delle direttive del ministro, in tal modo concretizzandosi legittimamente il controllo di quest’ultimo a cui spetta esercitare le funzioni di “indirizzo politico amministrativo, definendo gli obbiettivi ed i programmi da attuare ed adottando gli atti che rientranti nello svolgimento di tali funzioni e verificano la rispondenza dei risultati dell’attività amministrativa e della gestione degli indirizzi impartiti” (art. 4 del Dlgs n. 165/2001).
Si impone, in ogni caso, alla dottrina e alla giurisprudenza una seria riflessione circa le reali condizioni che possono assicurare al Paese una dirigenza pubblica realmente imparziale e indipendente.

giovedì 2 settembre 2010

INCOMPATIBILITA' TRA INCARICHI DIRIGENZIALI E CARICHE SINDACALI O POLITICHE

DEVONO PASSARE 24 MESI TRA L’IMPEGNO E LA PROMOZIONE

di Chiara Paolin pubblicato su Il Fatto Quotidiano di giovedì 26 agosto 2010

Signori, a voi la scelta: carriera o sindacato? La circolare 11/2010 emessa lo scorso 6 agosto dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta impone una nuova limitazione ai dipendenti che vogliano far carriera nelle fila dello Stato. Interpretando la legge 150/2009, la celebre e incompiuta riforma Brunetta, il ministro ha precisato che – secondo la norma scritta da se medesimo – chi ricopre un ruolo dirigenziale nel sindacato o in un partito politico non può essere promosso al vertice di una struttura destinata alla gestione del personale se non due anni dopo la decadenza dal ruolo di rappresentanza. Insomma, se sei un sindacalista e aspiri ai piani alti, devi rinunciare all’incarico e aspettare 24 mesi prima di accettare la promozione. Per chi imbroglia sono previste sanzioni severissime, fino al licenziamento in tronco.

“Una norma folle, soggetta peraltro alle interpretazioni più varie – attacca Rossana Dettori, segretaria generale della Funzione Pubblica Cgil – basti pensare che chiunque abbia un incarico sindacale diventa automaticamente un dirigente, praticamente tutti, tranne i semplici tesserati”. Quindi, dice la sindacalista, impegnarsi nella difesa del lavoro diventa una scelta definitiva, “perché il limite dei due anni è chiaramente una trappola. Come si fa, ci si impegna col timer? Quando a un certo punto decide che è ora di far carriera butta tutta l’esperienza? Questa iniziativa è solo un altro modo di logorare il sindacato dall’interno, trasformando i diritti in una materia estranea alla contrattazione. Decide il governo per tutti e basta. A onor del vero, era nel programma elettorale comprimere gli spazi dei lavoratori, e ci stanno riuscendo bene direi”.

Le tentazioni dell’iscritto

IL MINISTRO Brunetta replica però che il punto è un altro: “Il futuro dirigente può esser iscritto a un partito o a un sindacato ma non deve aver ricoperto negli ultimi due anni un qualche incarico perché non sorga il cattivo pensiero che si strumentalizzi una delle due cariche per ottenere dei vantaggi dall’altra”. Il cattivo pensiero è dunque che chi fa attività di rappresentanza sociale abbia un secondo fine: gestire – scorrettamente – il potere.
Maurizio Cozza, sindacalista Cgil per la categoria medica, si ribella: “E’ ovvio che quando un dirigente sindacale assume un incarico importante nella gerarchia di un ente è corretto abbandonare la carica. Sta all’etica e all’intelligenza delle persone, secondo una tradizione fin qui solida. Ma adesso il problema è diverso, perché di fatto si impedisce di esprimere un diritto forte dei lavoratori, cioè la libera rappresentanza, in nome di un presunto conflitto d’interessi. E’ quantomeno bizzarro che proprio questo governo, con il ruolo di Berlusconi ormai premier, ministro dell’industria, capo di partito e proprietario di mille attività strutturali per il Paese, si ponga il problema di verificare la correttezza del singolo delegato sindacale nell’ipotesi in cui dovesse salire nella scala organizzativa. E poi, scusate tanto, ma perché la Polverini ha potuto diventare governatrice del Lazio per il Pdl direttamente dalla sua funzione di alto dirigente sindacale? Per lei la pausa dei due anni non era necessaria?”.

La reazione dei sindacati

IL SEGRETARIO confederale della Cisl, Gianni Baratta, ha fatto notare come la circolare presenti perfino un profilo di incostituzionalità nel momento in cui discrimina alcuni lavoratori, ovvero quelli che accettano ruoli nel sindacato o nel partito. “I dubbi sulla legittimità sono più che leciti – spiega Rosanna Dettori della Cgil – infatti ci stiamo attivando per impugnare questo provvedimento assolutamente ingiusto. E anche ridicolo. I colleghi che si occupano di dirigenti, per esempio, che dovranno fare? Se un manager decide di darsi anche al sindacato, o alla politica, dovrà dimettersi per poter rappresentare i suoi (ex) compagni di lavoro?”. Oggi c’è l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne che si rifiuta di dar seguito a una sentenza dei giudici e un ministro della funzione pubblica che non ci consente di eleggere le rappresentanze sindacali di base, pur essendo un diritto previsto dalla legge. Qui si sta mettendo mano al sistema senza nemmeno passare dal Parlamento”.
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Ndr: Visto lo schifo dei sindacati della P.A. il divieto non mi dispiace affatto.

mercoledì 1 settembre 2010

il migliore e il peggiore

Ben ritrovati a tutti i miei lettori.

Terminate le vacanze :-( si ritorna davanti alla tastiera e come non commentare i risultati dei due sondaggi scherzosi che ho lanciato per l'estate?

Per il miglior Ragioniere Generale abbiamo avuto un incredibile testa a testa tra Andrea Monorchio e Vittorio Grilli con la vittoria al foto finish di quest'ultimo per un paio di voti (12-10).
Schiacciante invece il responso del peggiore, Mario Canzio aggrega il 68% dei partecipanti in una sonora bocciatura.

Vi lascio alle dovute riflessioni riportando alcune dichiarazioni di Francesco Giavazzi che ho letto nel libro di Stefano Lepri "La Finanziaria siamo noi":
"Grilli aveva istituito l'uso di negare il visto della Ragioneria alle leggi prive di copertura finanziaria"
"Il nuovo Ragioniere, Mario Canzio, è persona molto modesta e se, con la sua nomina, Berlusconi voleva dare l'impressione di voler politicizzare i conti pubblici riducendo a ragione i tecnici , meglio non poteva fare!"



Riepilogo risultati

migliore
Grilli 12 (41%)
Monorchio 10 (34%)
Canzio 2 (6%)
Ruggeri 1 (3%)
Firmi 1 (3%)
Milazzo 0 (0%)
altri 3 (10%)

Peggiore
Canzio 17 (68%)
Grilli 4 (16%)
Monorchio 2 (8%)
Ruggeri 1 (4%)
Milazzo 1 (4%)
altri 0 (0%)